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La sottile linea rossa – Recensione

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“La sottile linea rossa”, il ritorno al grande cinema del visionario Terrence Malick

(The Thin Red Line) Regia: Terrence Malick – Cast: Sean Penn, James Caviezel, Nick Nolte, Elias Koteas, Ben Chaplin, Adrien Brody, John Cusack, Woody Harrelson, George Clooney, John C. Reilly, Jared Leto, John Travolta, Thomas Jane – Genere: Guerra, colore, 170 minuti – Produzione: USA, 1998 – Distribuzione: 20th Century Fox – Data di uscita: 19 febbraio 1999.

la-sottile-linea-rossaLa linea che divide il bene dal male o la vita dalla morte è sottile, ma nel caso dell’epico affresco cinematografico di Malick sempre rosso sangue. “La sottile linea rossa” rappresenta il ritorno al grande cinema di un regista visionario e appartato, rimasto in silenzio per vent’anni, dopo aver conquistato la Palma d’Oro come miglior regista a Cannes, nel 1978, con “I giorni del cielo”. La fama del regista texano, laureato in filosofia ad Harvard e traduttore di Heidegger, che ha diretto ad oggi solo sei film, non era sbiadita col tempo visto che le più grandi star di Hollywood da Kevin Kostner fino a Leonardo DiCaprio dichiararono di essere pronte a lavorare per lui anche gratis. Il cast del film è infatti uno di quelli per cui l’aggettivo stellare è ben speso e va da Sean Penn a Nick Nolte fino a John Travolta e George Clooney passando per Adrien Brody e Jim Caviezel.

Il film, adattato da un romanzo di James Jones, ricostruisce le vicende della sanguinosa battaglia di Guadalcanal, combattuta nel 1942 fra americani e giapponesi. Ma la terribile realtà della guerra è solo uno sfondo sul quale si intrecciano le vicende e le sofferenze di diversi uomini, in particolare del soldato Witt, interpretato da Jim Caviezel, sempre in bilico tra la tentazione di disertare e l’accettazione delle proprie responsabilità. La violenza e la disumanità dei combattimenti è bilanciata dalle immagini di una natura lussureggiante e apparentemente serena, ma in realtà anch’essa già contaminata dalla presenza del male. La poesia visuale delle immagini di Malick tende al metafisico, mentre i dialoghi sono pochi e rarefatti. Nonostante il film contenga quella cheè probabilmente la più lunga scena di battaglia della storia del cinema, oltre un’ora di attacco a una postazione giapponese, più che le scene di combattimento rimangono impressi i dubbi esistenziali sul destino dell’uomo e il suo rapporto con il cosmo. A dispetto della complessità delle vicende umane, sembra suggerire Malick, ognuno deve affrontare da solo il suo destino nella vita come nella morte.

Massimiliano Ponzi

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